"Comprendere l'aggressività per salvare i nostri giovani"
Susanna Petrassi indica i segnali di allerta nel comportamento giovanile e l'importanza di far emergere l'empatia per ridurre la violenza
Psicologa, criminologa e docente universitaria, esperta in dinamiche di devianza e disagio giovanile, Susanna Petrassi ha partecipato ad un incontro a Spazio Comune a Cremona organizzato da Antonino Di Mora, presidente dell’Unuci, Unione Nazionale Ufficiali in Congedo, ed è stata ospite di Punto e a Capo (rivedi qui la puntata) trasmissione di approfondimento di CR1. Intervistata da Giovanni Palisto, ha affrontato tematiche di attualità legate all’età adolescenziale e non solo.
La cronaca recente ci parla di una violenza giovanile sempre più diffusa e, spesso, immotivata. Cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?
“Siamo di fronte a un mutamento profondo del linguaggio del disagio. L’aggressività che vediamo oggi non è quasi mai una ribellione ideologica, come accadeva in passato, ma una forma di espressione ‘muta’. Quando i giovani non possiedono più gli strumenti emotivi e verbali per dare un nome al proprio dolore, alla frustrazione o al senso di inadeguatezza, il corpo e la violenza diventano l’unico canale comunicativo rimasto. È un grido d’aiuto paradossale: colpisco per esistere, per essere visto”.
Si è parlato molto del ruolo dei social media. Sono davvero la causa di questa deriva?
“I social non sono la causa primaria, ma agiscono da potenti catalizzatori e amplificatori. Esiste oggi una ‘estetica della violenza’: l’atto aggressivo viene filmato e postato non solo per spavalderia, ma per ottenere una validazione sociale immediata tramite i ‘like’. Questo processo spersonalizza la vittima e trasforma il carnefice in un personaggio. Si perde il confine tra realtà e rappresentazione, e la gravità dell’azione sfuma nel numero di visualizzazioni ottenute”.
Lei torna a Cremona per un incontro pubblico organizzato da Unuci dopo quello dello scorso anno dedicato ai bulli. Qual è l’obiettivo di questi momenti di confronto?
“L’obiettivo è rompere l’isolamento delle famiglie e delle istituzioni. Spesso i genitori si sentono impotenti o, al contrario, tendono a minimizzare per paura del giudizio. Dobbiamo ricostruire una ‘comunità educante’. Non possiamo delegare tutto alle forze dell’ordine; la prevenzione si fa parlando ai ragazzi, entrando nelle scuole e, soprattutto, offrendo loro modelli di gestione del conflitto che non prevedano l’uso della forza. Dobbiamo insegnare loro che il fallimento è parte della vita, non una colpa da cancellare con l’aggressività”.
C’è un segnale particolare che un genitore o un insegnante dovrebbe cogliere per capire che il disagio sta per esplodere?
“Il segnale principale è il ritiro o, al contrario, un’improvvisa reattività verbale sproporzionata. Ma il vero campanello d’allarme è l’apatia: quando un giovane smette di investire emotivamente nelle relazioni reali e si rifugia in un mondo parallelo, o quando mostra un’incapacità totale di provare empatia per l’altro. L’empatia è l’antidoto alla violenza, e purtroppo è una facoltà che va allenata, non è scontata”.
Quale messaggio vorrebbe lanciare ai giovani che si sentono schiacciati da questa rabbia?
“Vorrei dire loro che la rabbia è un’emozione legittima, ma è una pessima padrona. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di estrema intelligenza emotiva. Esistono spazi e persone pronti ad ascoltare senza giudicare. L’aggressività vi chiude in una cella, la parola vi rende liberi”.