Partire per poi ritornare: "la pianura è un'avventura", parola di Beppe Severgnini
Il giornalista protagonista di un incontro nell'aula magna del polo cremonese del Politecnico di Milano: "Non servono dei Conti di Montecristo ma dei Marco Polo"
È un’autobiografia. Anzi no, qualcosa di meglio: è puzzle composto da tanti frammenti di storia personale che si intrecciano e si amalgamano con lo scorrere del tempo.
L’aula magna del Politecnico di Milano si è trasformata nel palcoscenico di una lezione speciale, organizzata dal Polo Territoriale di Cremona in collaborazione con l’associazione studentesca CRES.
Protagonista dell’incontro Beppe Severgnini, giornalista, saggista di best sellers, editorialista cremasco di fama nazionale e internazionale.
Fulcro dell’appuntamento, il filo rosso che unisce territorio e innovazione: l’innata voglia di partire e quella che, prima o poi, riporta a casa.
Il titolo, come sempre mai casuale, “La pianura è un’avventura“.
«La pianura è un’avventura perché innanzitutto fa rima – spiega Severgnini con la sua nota ironia – e perché era il titolo, nel Pleistocene, di un mio pezzo per la Provincia di Cremona, intorno agli 1980. Mi piaceva. Ed è stata un’avventura per me: è cominciata in pianura, nella provincia di Cremona, a Crema, è continuata a Milano, che è una città di pianura. Poi sono stato in giro per il mondo, ma sono tornato. Sono un anziano signore, sono un nonno, e il mio viaggio nel mondo è tornato a casa. Posso dirlo con orgoglio e con gioia: la pianura è un’avventura, quindi pensatela così, non come un posto spento».
Severgnini snocciola così aneddoti e frammenti di ricordi: dai rifiuti degli allora direttori Eugenio Scalfari e Indro Montanelli – incorniciati, mostrati e letti con orgoglio al pubblico – fino agli esordi al quotidiano La Provincia di Cremona, inizi che lo portarono poi a collaborare con numerose redazioni in Italia e all’estero.
Una vita, tante vite, ma sempre con un punto fermo: si parte, si impara, ma alla fine si torna al porto con un bagaglio carico di esperienza.
«Provo a incoraggiare a partire per tornare – aggiunge il giornalista –. Io non voglio dei Conti di Montecristo che evadono dall’Italia: fin troppi ragazzi se ne stanno andando via. Vorrei piuttosto dei Marco Polo, che vanno a esplorare, raccontano ciò che hanno visto e molti decidono anche di restare. Ci sono tanti posti che sono cambiati: quando ero ragazzo, un Politecnico a Cremona non era pensabile, non c’erano il Museo del Violino, l’Auditorium, molte cose non esistevano. Le città diventano più accoglienti, ma bisogna anche imparare a utilizzarle: solo così si diventa utili».
«Uno degli obiettivi è cercare di organizzare iniziative come questa – spiega il prorettore del Politecnico, Luciano Baresi –. Abbiamo iniziato con il dottor Cottarelli, ora proseguiamo con il dottor Severgnini e andremo avanti fino all’estate. Credo sia fondamentale dare ai ragazzi l’opportunità di crescere e di andare a vedere il mondo, ma poi di tornare. Non mi piace dire che formiamo i giovani professionisti del futuro per poi lasciarli andare».
In conclusione, la sfida è tornare a “glocalizzare” le idee: detto in altri termini, portarle ed adattarle dal globale al locale. Anche se…
«“Glocalizzare” è un verbo che detesto – conclude Severgnini con un sorriso –: mi sembra quasi da visita stomatologica. Però il concetto è giusto. Si può essere cremaschi, aver esordito nel giornalismo a Cremona, aver scritto per il New York Times o per The Economist, aver vissuto a Mosca, Washington o Londra, ed essere tutte queste cose insieme e chiamarsi Beppe».