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Il ricatto delle pellicce, il
commerciante Canali in aula:
'Non sono un estorsore'

Ugo Canali

‘Nessuna estorsione, caso mai un esercizio arbitrario delle proprie ragioni’. E’ a questo che punta la difesa di Ugo Canali, 58 anni, noto commerciante di pellicce residente a Soncino, a processo per estorsione aggravata e appropriazione indebita in concorso di 362 pellicce. Imputati nel procedimento sono anche Giancarlo Peschiera, 59enne mantovano, commerciante di pellicce con showroom a Verona, ed Ermanno Vanderi, 52 anni, bresciano, muratore.

Presunta vittima, parte civile in aula, Giorgio Magnani, 70 anni, imprenditore leader del mercato, titolare della ‘Romagna Furs’, azienda con sede a San Marino. Al centro della vicenda, un affare di pellicce da quasi un milione di euro e il tentativo di Magnani di recuperare i capi che erano stati affidati in conto deposito a Canali nel suo showroom in corso Vittorio Emanuele a Milano. Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero sottratto le pellicce come ricatto per ripianare i debiti. L’operazione era stata eseguita dalla polizia di Cremona dopo un’indagine della Questura di Forlì, alla quale nel febbraio del 2016 Magnani si era rivolto.

“I rapporti di debito-credito tra Canali e Magnani erano particolarmente elastici”, sostiene la difesa di Canali. “Canali dava a Magnani assegni in garanzia e i debiti che sarebbero stati accumulati nei confronti di Magnani, il nostro cliente non li riconosce come tali”.

“All’inizio Magnani era un mio fornitore come tanti”, ha detto in aula Canali. “Poi i rapporti si sono intensificati. Era un fornitore elastico, ma uno dei pochi che aveva un assortimento incredibile, e io vendevo anche ai russi. All’inizio compravo le pellicce, poi lui mi ha proposto anche la merce in conto vendita. Quindi avevo fatture di acquisto e merce in conto vendita: vendevo molto ma guadagnavo poco. Fino a quando gli acquisti dei russi sono calati. A quel punto Magnani voleva che io mi spostassi in centro a Milano in corso Vittorio Emanuele, altrimenti non mi avrebbe più dato la merce. Poi tutte le pellicce mi sono state date in conto vendita. Le cose, però, andavano male, avevo debiti per 250.000 euro verso la banca e Magnani mi pressava. Mi telefonava anche alle 11, 12 di sera per chiedermi se avevo venduto. Non ci ho più visto. Da lui sono stato trattato come un cane, e quindi non gli ho più voluto parlare. Ho deciso di potarmi a casa le pellicce e di non pagarlo più”.

Quando Magnani era andato nel negozio di Canali a Milano, lo aveva trovato chiuso. “Le nostre pellicce non c’erano più”, aveva raccontato in aula. “Canali era sparito, scappato. Ero disperato per il danno milionario”.

A fare da mediatore tra Magnani e Canali ci aveva pensato Giancarlo Peschiera, che con il grossista romagnolo aveva un debito di circa 400.000 euro. “Peschiera è un collega di lavoro, è da 30 anni che lavora con me”, aveva spiegato Magnani. “Lui era in contatto con Canali, aveva i numeri, e così io gli ho proposto di aiutarmi a recuperare la mia merce. Avrebbe così cancellato il debito che aveva con me”. A Peschiera, Canali dirà che la merce sarebbe stata restituita se Magnani gli avesse consegnato gli assegni in garanzia che gli erano stati estorti.

Ad aiutare Canali a portare via le pellicce dal negozio era stato Ermanno Vanderi. “Il signor Vanderi era mio cognato”, ha spiegato Canali. “Gli ho chiesto di aiutarmi a caricare su un furgone 300 capi di pellicce, da solo non ce l’avrei fatta, ma Vanderi non era a conoscenza di tutta la storia. Non era tenuto a saperla”. “La merce è sempre rimasta a casa mia nel furgone”, ha aggiunto Canali. Se Magnani fosse venuto a cercarmi a casa, dove altre volte è stato anche a dormire, avrebbe trovato me e le pellicce”.

Il processo è alle fasi finali. Le conclusioni delle parti sono state fissate al prossimo 23 novembre. In quella data il collegio dei giudici dovrebbe anche emettere la sentenza.

Sara Pizzorni

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