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Bimbo nato morto. Ginecologa
a giudizio, la mamma: ‘Non mi
hanno capito, voglio giustizia’

Jessica Peluso (a sinistra) con l'avvocato Stefania Bravi

Il gup Elisa Mombelli, così come chiesto dalla procura, ha rinviato a giudizio Mariangela Rampino, ginecologa dell’ospedale Maggiore accusata di omicidio colposo. Secondo l’accusa, la dottoressa, il 28 giugno del 2017, nel suo ruolo di medico di guardia presso il reparto di Ginecologia e Ostetricia dell’ospedale di Cremona, avrebbe omesso di visitare Jessica Peluso, una 36enne cremonese alla quarantesima settimana di gravidanza, arrivata in reparto lamentando malesseri e producendo analisi delle urine dalle quali risultava una lieve proteinuria. Il medico avrebbe omesso totalmente la valutazione dei dati clinici e il necessario approfondimento diagnostico, causando la morte intrauterina del feto, verificatasi tra il 6 e il 7 luglio successivo a causa di asfissia acuta da distacco intempestivo della placenta. La paziente, già mamma di tre bambini, aveva scoperto che il suo piccolo Manuel era morto il 9 luglio, quando si era presentata in ospedale per il parto programmato. La 36enne si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Stefania Bravi, del foro di Piacenza.

“Voglio giustizia”, ha detto Jessica tra le lacrime. “Bastava una visita. Mi sono sentita abbandonata, non mi hanno capita”. “Per la mia cliente è stato un vero e proprio trauma”, ha sostenuto l’avvocato Bravi. “Qualcuno ha sbagliato. La signora chiedeva di essere visitata. Speriamo che venga accertata la verità perchè c’è stata un’omissione molto grave. La mia cliente, che tra l’altro si era presentata in ospedale con la valigia pensando di essere ricoverata, non è stata visitata, e già manifestava sintomi palesi. Il feto era in sofferenza, e lei, avendo già avuto tre figli, aveva sentito che c’era qualcosa che non andava”. “I sintomi”, ha aggiunto il legale, “già manifestavano un malessere confermato anche dagli esami delle urine. La mia cliente ha chiesto di essere visitata, ma nessuno in reparto ha adempiuto a questo atto che poi ha portato all’esito nefasto”.

L’avvocato Munafò

Secondo la difesa, rappresentata dall’avvocato Diego Munafò, il 28 giugno, quando la paziente si era presentata in reparto, non esistevano i presupposti per un ricovero. “La signora non aveva né perdite, né dolori e il bimbo, secondo quanto riportato dall’anatomopatologo, è deceduto tra il 6 e il 7 luglio”. Il 28 giugno, a ricevere la mamma, era stata un’ostetrica alla quale la donna aveva consegnato i suoi esami da mostrare alla dottoressa. “La mia cliente, però”, aveva sostenuto l’avvocato Munafò nel corso della precedente udienza, “non si ricorda assolutamente di averli visti, tanto che non li ha firmati”. “Oltretutto”, aveva continuato il legale della difesa, “la signora non era una sua paziente, e comunque anche se avesse visto quegli esami, non c’erano segnali per un ricovero”. “Dell’accesso in ospedale della paziente”, aveva concluso il legale, “non c’è nemmeno traccia documentale, non essendo passata dal pronto soccorso. L’unica con cui ha parlato è stata l’ostetrica”.

Sarebbe stato il medico di base della signora, secondo il racconto della sorella di Jessica, a consigliarle di accedere direttamente al reparto. “Mia sorella non stava già bene”, aveva già riferito la parente, “tanto che quel giorno l’ho dovuta portare in carrozzella. Pensavo l’avrebbero ricoverata. Quando siamo arrivate in reparto abbiamo consegnato gli esami all’ostetrica e poi lei è uscita dicendo che la dottoressa li aveva visti, che era tutto a posto e poteva tornare a casa. Mia sorella, peraltro, aveva tre fattori di rischio: la proteinuria alta, il diabete e una bronchite che aveva fatto a metà giugno. Durante il parto stava già andando in setticemia, non sentiva più gli arti inferiori. Oltre al bimbo avremmo potuto perdere anche lei”.

Per la ginecologa il processo si aprirà il prossimo 12 aprile.

Sara Pizzorni

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