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Processo Formigoni: le
'pressioni' di Lucchina e Lo
Presti per l'acquisto di 'Vero'

Da sinistra, Corno, Formigoni, Mariani e l'apparecchiatura Vero

E’ ripreso davanti al collegio dei giudici di Cremona il processo contro l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, accusato di corruzione e turbativa d’asta nell’ambito del procedimento sul presunto giro di tangenti nella sanità che vede imputati anche l’ex direttore generale dell’ospedale di Cremona Simona Mariani e l’ex direttore generale dell’assessorato alla Sanità Carlo Lucchina. Teste principale dell’udienza di oggi, Gerolamo Corno, classe ’51, nato a Merate, fino al marzo del 2015 direttore generale dell’Istituto dei Tumori di Milano. La sua testimonianza verteva sui rapporti con l’imprenditore Giuseppe Lo Presti, titolare della Hermex Italia, azienda specializzata in macchinari ospedalieri, e con Carlo Lucchina, accusato, quest’ultimo, di aver esercitato pressioni proprio su Corno per far acquistare ‘Vero’ dall’Istituto dei Tumori, acquisto poi non andato in porto.

“Ho conosciuto Lo Presti ad un convegno a inizio del 2011”, ha raccontato il testimone. “Mi ha detto che era in programma, da parte della Regione Lombardia, il finanziamento di alcune tecnologie di eccellenza, tra cui Vero”. “Un’apparecchiatura” che, come aveva spiegato lo stesso Lo Presti nel corso della precedente udienza, “serviva per la diagnosi e la terapia dei tumori avvalendosi di un software che va a colpire la lesione tumorale, salvaguardando i tessuti sani. Una macchina con caratteristiche di unicità ed esclusività”. Corno e Lo Presti si erano incontrati qualche tempo dopo. “E’ venuto da me con alcuni suoi collaboratori”, ha spiegato Corno, “per illustrarmi l’apparecchiatura e le sue caratteristiche. Da parte mia volevo fare approfondimenti sulla qualità e capire se sul fronte regionale se c’era la disponibilità a finanziare. Per tanti, questa macchina rappresentava l’ultima opportunità di cura”. Il costo era di 8 milioni di euro. A quel punto Corno si era rivolto all’allora direttore generale dell’assessorato alla Sanità Carlo Lucchina, e nel frattempo aveva fatto avviare verifiche sulla qualità di ‘Vero’. Qualità che, secondo i suoi clinici, che avevano chiesto a Kyoto, in Giappone, dove l’apparecchiatura era installata, e poi a Bruxelles, aveva davvero. Nel maggio del 2011 Corno aveva inoltrato un’istanza alla direzione generale della Sanità per l’acquisto. Solo nel gennaio successivo la Regione si era fatta sentire: “Tra l’Istituto dei Tumori e il Besta di Milano”, ha riferito il testimone, “c’era la possibilità di avere un finanziamento cospicuo, tra i 30 e i 35 milioni”. “In quel periodo”, come ha spiegato lo stesso Corno, “l’Istituto dei Tumori era sotto pressione da parte delle organizzazioni sindacali, in quanto si parlava di un accorpamento con il Besta e di un trasferimento di sede a Sesto San Giovanni”. “Inoltre”, ha aggiunto, “eravamo preoccupati perchè la nostra era una struttura molto vecchia”.

Alla fine, l’Istituto dei Tumori, nel gennaio del 2012, farà un’istanza di 24 milioni, tra interventi strutturali e tecnologici, tra cui ‘Vero’. La delibera di finanziamento arriverà nel maggio successivo con un importo ridotto di tre milioni. “Vero non era indicato”, ha ricordato Corno. L’apparecchiatura di Giuseppe Lo Presti non sarà acquistata. “Sono emersi problemi di manutenzione, il software era tedesco e quindi si rischiava di restare per lunghi periodi senza la funzionalità della macchina, e poi le carenze economiche”, ha spiegato l’ex direttore dell’Istituto dei Tumori di Milano. “Era come comprare una Ferrari senza pilota”, ha aggiunto Corno, che alla fine aveva optato per l’acquisto, per 3 milioni e 900 mila euro, di un’altra apparecchiatura di radioterapia.

Per Corno, il “fulmine a ciel sereno” era arrivato con la telefonata di una giornalista di Repubblica che lo aveva chiamato per fargli i complimenti per il suo imminente trasferimento all’ospedale Niguarda di Milano, dicendogli che la notizia l’aveva appresa dall’assessorato alla Sanità. “Io non ne sapevo nulla”, ha detto Corno. “Non ne ero stato informato”. Il teste ne aveva parlato con Lucchina che gli aveva confermato il trasferimento, parlando di esigenze di avvicendamento al Niguarda. In aula, Corno ha riferito di essere rimasto alquanto sorpreso: “era solo da qualche mese che ero dell’Istituto dei Tumori di Milano, dove, nonostante i tanti avvicendamenti che c’erano stati, si era riusciti a creare un clima buono e tanti progetti per il futuro”. Il direttore generale era rimasto comunque al suo posto. “Ha messo in relazione il trasferimento al Niguarda con il mancato acquisto di Vero?”, è stata la domanda del pm Francesco Messina. “Sì”, è stata la risposta. “E’  una riflessione che ho fatto; un’ipotesi che avevo considerato suffragati in seguito da molti elementi”. E ha spiegato: “Lo Presti mi cercava in continuazione, mi faceva telefonate incalzanti fino a quando io e il mio presidente Giuseppe De Leo, il 15 gennaio del 2013 abbiamo deciso di incontrarlo per ribadirgli il nostro no. Nonostante questo, è tornato alla carica, e il 28 febbraio l’abbiamo rivisto, ribadendogli le nostre ragioni”.

Quello stesso giorno di febbraio, il teste aveva ricevuto richiesta di incontro da parte dell’allora direttore generale dell’assessorato alla Sanità Carlo Lucchina. Il 29 febbraio Corno si era recato in assessorato. Al suo arrivo, Lucchina lo aveva invitato a salire con lui in ascensore fino al 29esimo piano, dove c’era la segreteria generale. “Ma non ci siamo fermati lì”, ha ricordato Corno. “Dal 29esimo piano c’è un cambio di ascensori che porta fino al 35esimo. Gli ho chiesto se si trattava di una lavata di capo nei miei confronti, ma lui non ha risposto”. Ad attenderli in corridoio c’era Paolo Alli, ex sottosegretario alla presidenza della Regione, la cui posizione processuale si è già conclusa con un’assoluzione. “A quel punto”, ha continuato a raccontare Corno, “Lucchina mi ha chiesto cosa aspettassi a comprare Vero. E’ stato un colloquio breve, poi siamo scesi. Alli non ha detto una parola”. Nel marzo 2013 Lo Presti era tornato a farsi sentire e Corno e De Leo erano tornati da Lucchina per chiarimenti e per ribadirgli il no all’acquisto. ‘Se avete deciso così, è un vostro diritto’, dirà alla fine Lucchina. Era l’11 marzo. “Il giorno dopo”, ha ricordato Corno, “l’autorità giudiziaria mi ha perquisito la casa”. L’ex direttore generale dell’Istituto dei Tumori di Milano era finito sotto indagine, poi chiusa con l’archiviazione.

Al controesame della difesa, il testimone, sull’argomento del trasferimento al Niguarda, ha precisato: “Non potevo interderla come una punizione, anzi. Forse alla fine era anche una promozione. E’ la forma che è stata un pò strana e perchè ero in pieno mandato”. “Ero in imbarazzo a non avere saputo nulla”, ha ribadito. “Quando ero stato trasferito all’Istituto dei Tumori, ad esempio, ero stato consultato”.

L’udienza è stata poi aggiornata al prossimo martedì, quando verranno sentiti altri testimoni dell’accusa, tra cui Monica Guarischi, la sorella di Gianluca Guarischi, l’ex consigliere lombardo dal quale, secondo l’accusa, l’ex governatore Roberto Formigoni avrebbe ottenuto utilità per un totale di 447mila euro per garantire un “trattamento preferenziale” alla Hermex di Lo Presti nelle gare per la fornitura di ‘Vero’ in alcuni ospedali, in particolare per quello di Cremona, adoperandosi nel 2012 per sbloccare stanziamenti regionali. Guarischi è già stato condannato in via definitiva a 5 anni come presunto collettore delle mazzette, mentre Lo Presti ha patteggiato due anni e dieci mesi nell’inchiesta della procura di Milano sugli appalti truccati. Roberto Formigoni è invece rinchiuso nel carcere di Bollate per scontare la pena definitiva di 5 anni e 10 mesi per corruzione nell’ambito del caso Maugeri-San Raffaele.

Sara Pizzorni

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