Un commento

Il Torriani aderisce all'iniziativa
social di libera: 104 foto per
commemorare il 23 maggio

L’IIS Torriani aderisce all’iniziativa social di Libera: 104 foto per commemorare il 23 maggio. “Non rinunciamo – fanno sapere dall’Istituto – a far camminare le idee di Falcone sulle nostre gambe. E’ questo l’appello di Libera che ha lanciato l’iniziativa sui social: scrivere su un foglio una parola significativa per ricordare questo 23 maggio e fotografarsi con questo messaggio, postare il tutto sui Social”. 104 studenti del Torriani l’hanno fatto e oggi Libera pubblica le loro foto e il video che le raccoglie. “Ci hanno stupito – dicono dal Torriani -, come al solito: disegni, frasi, parole e tanto impegno per la legalità”. Un legame, quello tra il Torriani e Libera, che dunque si rafforza dopo aver ospitato don Luigi Ciotti dello scorso 30 ottobre, aperto a tutte le scuole della provincia, ma organizzato proprio nell’aulta magna dell’istituto cremonese.

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Commenti
  • Marengon

    Ragazzi… siete giovani.
    Aprite gli occhi…

    La locuzione “trattativa Stato-mafia” definisce una negoziazione tra importanti funzionari dello Stato italiano e rappresentanti di Cosa nostra portata avanti nel periodo successivo alla cosiddetta “stagione stragista” al fine di giungere a un accordo, il cui, in sintesi, ipotizzato fulcro sarebbe stato quello di porre fine alle stragi mafiose in cambio di un’attenuazione della lotta alla mafia stessa da parte dello Stato italiano (in particolare in seguito all’attività del pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone che aveva condannato nel Maxiprocesso di Palermo centinaia di criminali mafiosi) per giungere a delle forme di reciproca convivenza. La trattativa Stato-mafia sarebbe stato quindi il risultato del ricatto della mafia esercitato attraverso le stragi, al fine di costringere lo Stato a un compromesso.
    Lo scorso 17 marzo il Governo ha adottato delle misure, inserite all’interno del decreto “Cura Italia”, in cui si prevede una possibilità di scarcerazione e detenzione domiciliare per determinate categorie di detenuti. Così come aveva fatto durante il plenum del Csm il magistrato Nino Di Matteo, eletto nell’organo di autogoverno della magistratura da indipendente, intervistato da Il Fatto Quotidiano, ha definito senza remore il provvedimento come un “indulto mascherato”. Con esso, sostiene il consigliere togato, si “rende possibile la scarcerazione di migliaia di detenuti senza permettere al magistrato di sorveglianza una adeguata istruttoria su chi viene scarcerato, senza che possa valutare se esiste il pericolo di fuga e di reiterazione del reato. È stato creato un automatismo analogo a quello dell’indulto. Anzi, questo è peggio”.
    Il motivo è presto detto: “Almeno l’indulto è una decisione dei politici che se ne assumono la responsabilità. Qui invece la scaricano formalmente sui magistrati di sorveglianza, che però non possono decidere niente”.
    Di Matteo ha anche ravvisato il rischio per cui grazie al “meccanismo del cosiddetto ‘scioglimento del cumulo’ fa sì che potrebbero goderne detenuti condannati per mafia, ma anche per altri reati, che stiano scontando un residuo di pena per reati minori”.
    Ad aggravare ancor di più la situazione è la scansione temporale con cui si è arrivati al provvedimento, cioè immediatamente dopo le rivolte nelle carceri di inizio marzo: “Le istituzioni non devono dare neppure l’impressione di cedere davanti ai ricatti violenti. Dovrebbero rispondere all’emergenza sanitaria in corso garantendo il diritto alla salute di tutti, ma senza cedimenti e senza infliggere un vulnus agli obiettivi di certezza della pena. Senza un indulto mascherato. Cercando, prima delle scarcerazioni di massa, altre soluzioni, come l’utilizzo di padiglioni oggi inutilizzati o di caserme dismesse”.
    Fermo restando che “il diritto alla salute di tutti i cittadini, anche quelli detenuti in carcere, è importante” il magistrato ha evidenziato anche la necessità di garantire la salute degli agenti di polizia penitenziaria. “Dovremmo essere molto attenti alla salute degli agenti che entrano ed escono regolarmente dal carcere e dunque sono quelli che possono portare dentro l’infezione. – ha continuato – Non mi risulta che questi servitori dello Stato siano stati dotati di mascherine e di tutti gli strumenti di protezione necessari, esattamente come i medici e gli infermieri negli ospedali, o anche peggio”.

    Falcone verrà ricordato, giustamente, oggi.
    E anche le scarcerazioni.
    Non si possono avere due piedi dentro la stessa scarpa e neppure due scarpe sopra lo stesso piede…