Cronaca
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Aereo caduto: fatale fu il lancio
del paracadutista in una nube

La mattina del 20 settembre del 2020 in un incidente aereo accaduto all’aeroporto del Migliaro morirono il pilota Stefano Grisenti, 54 anni, detto “Griso”, di San Secondo Parmense, e il paracadutista Alessandro Tovazzi, 41 anni, di Arco di Trento. Fatale era stato il contatto tra Tovazzi, l’ultimo di un gruppo di dieci paracadutisti, e l’aereo pilotato da Grisenti. Il veicolo, un Pilatus Pc6 utilizzato da Skyteam Cremona per i lanci, era stato visto precipitare privo di un’ala in un campo di mais, incendiandosi.

Secondo quanto stabilito al termine dell’inchiesta dall’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo (Ansv), a giocare un ruolo decisivo sarebbe stato il fattore ambientale: nelle 63 pagine della relazione redatta dagli esperti, si legge che quella domenica “le condizioni meteo erano caratterizzate dalla presenza di formazioni nuvolose” e che “l’uscita dell’ultimo paracadutista ha avuto luogo quando l’aeromobile era ormai penetrato all’interno di una formazione nuvolosa e in assenza di contatto visivo con il suolo. Le operazioni di lancio in nube, non consentite dal regolamento, potrebbero aver impedito al pilota di osservare la direzione presa dal paracadutista mantenendo il contatto visivo”.

Per gli ispettori, il pilota “non avrebbe dovuto proseguire l’operazione di lancio e il paracadutista non avrebbe dovuto uscire dall’aeroplano, richiedendo di fare un ulteriore passaggio”. Tra le cause dell’incidente, le condizioni del tempo e anche “l’inadeguato coordinamento tra pilota e paracadutista relativamente alle rispettive traiettorie di discesa e di deriva”. Per l’Asnv, se a bordo del Pilatus ci fosse stato un direttore o un responsabile del lancio, unico interlocutore con il comandante dell’aereo, “probabilmente” l’incidente non sarebbe avvenuto. Una figura, quella del responsabile del lancio, non obbligatoria nel caso di quel volo in quanto non erano presenti paracadutisti allievi, ma che gli ispettori ritengono “fondamentale, non soltanto per la sicurezza delle operazioni di lancio dei paracadutisti, ma anche per la sicurezza del volo in generale, contribuendo così ad evitare l’accadimento di incidenti aerei”.

Una volta in fase di discesa, l’aeromobile, che aveva effettuato due ampie virate per posizionarsi in finale, era entrato in collisione con l’ultimo dei paracadutisti in ordine di uscita ancora in caduta libera ed era precipitato fuori controllo dopo aver perso un’ampia sezione della semiala sinistra. Il paracadutista era deceduto in seguito all’impatto con il velivolo, mentre il pilota in seguito all’impatto con il suolo. A 200 metri circa dal punto di rinvenimento del paracadutista e a 300 metri circa dal punto di impatto del relitto principale, erano state rinvenute parti dell’attrezzatura del paracadutista, quali la telecamera installata sul casco e l’altimetro digitale”. Il volo del paracadutista era durato 43,5 secondi ad un’altezza di 2.700 metri.

Entrambe esperte, le due vittime: Grisenti, con all’attivo 4.400 ore di volo; Tovazzi, che praticava principalmente attività di lancio con tuta alare, circa 500 lanci. Quella mattina indossava una track suit, che rispetto alla tuta alare ha una “efficienza di planata inferiore e una velocità verticale superiore e che garantisce una maggiore libertà di movimento degli arti superiori e inferiori. Un tipo di volo che ha modificato le traiettorie di caduta del paracadutista che può spostarsi per alcuni chilometri rispetto al punto di lancio. Fondamentale, per questo motivo, separare lo spazio aereo interessato dal paracadutista con tuta alare da quello interessato dall’aereo in discesa che, nel caso del Pilatus, è in grado di effettuare discese molto ripide: ha un profilo di volo per certi versi assimilabile a quello del paracadutista in deriva”.

Secondo gli ispettori, la criticità maggiore è sostanzialmente rappresentata dalla mancanza di un manuale delle operazioni “che illustri le modalità di impiego dell’aeromobile specifico per l’effettuazione della particolare attività presso il luogo di operazioni, con specifici riferimenti a prestazioni, procedure operative e opportune limitazioni”. Auspicabile, dunque, che Easa, il fulcro della strategia dell’Unione europea per la sicurezza aerea, riveda la normativa in materia, “tenendo conto della realtà dei fatti e dei contesti operativi in cui l’attività di paracadutismo si svolge. La previsione di un manuale delle operazioni  rappresenterebbe un utile strumento in un’ottica di prevenzione degli incidenti, illustrando le procedure da seguire, tenendo conto delle caratteristiche specifiche del tipo di aeromobile nel puntuale contesto operativo in cui questo venga utilizzato”.

Sara Pizzorni

 

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