Cronaca
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Mancanza di reagenti e mascherine
introvabili: il virus entrò nelle Rsa

L’indagine sulle morti sospette da Covid nelle otto Rsa cremonesi, inchiesta per la quale la procura ha chiesto l’archiviazione per tutte le posizioni, ha preso in esame l’operato di ogni singola casa di riposo su come sono state affrontate le prime fasi dell’emergenza pandemica.

A Cremona Solidale, ad esempio, come ricostruito dalle indagini, fin dai primi giorni di marzo 2020 erano state ordinate più di 5.000 mascherine ed entro la metà dello stesso mese erano stati eseguiti ordini per calzari copri scarpe e visiere protettive. Nei mesi di marzo/aprile 2020 erano stati spesi circa 150.000 euro per l’acquisto di mascherine e 90.000 per i camici.

Dopo il 21 febbraio era stata disposta la chiusura ai parenti, chiusi i Centri Diurni e i servizi ambulatoriali, mentre gli uffici amministrativi non accettavano più il pubblico in presenza.

Nei primi giorni di marzo 2020, come emerso dalle comunicazioni via mail, il direttore generale aveva inviato numerose richieste ad Ats con quesiti esplicativi in ordine alle generiche procedure delle autorità sanitarie dalla stessa inoltrate; in particolare, si evidenziava “la trasmissione dell’elenco dei dipendenti e degli ospiti per i quali si riteneva fosse necessario l’accertamento mediante tampone diagnostico; la richiesta di indicazioni specifiche per la gestione del rischio e la diffusione del virus, la richiesta di valutazioni circa le scelte aziendali messo in atto; la trasmissione di quesiti in relazione all’utilizzo dei dispositivi, nonché la manifestazione delle difficoltà di approvvigionamento degli stessi e dell’aumento dei prezzi derivante dalle forti richieste a livello globale”. Difficoltà erano emerse anche nel far processare i tamponi: ad aprile il laboratorio dell’ospedale aveva terminato i reagenti.

Anche i responsabili della Fondazione La Pace di Cremona, come emerso dalle indagini, hanno “messo in atto un significativo sforzo economico, investendo, nei mesi di marzo/aprile 2020, circa 28.000 euro per l’acquisto dei differenti dispositivi, di cui 15.000 solo per l’acquisto di mascherine protettive”.
Il 22 febbraio del 2020 il personale della struttura, pur permettendo l’ingresso di nuovi pazienti, aveva avviato un monitoraggio degli stessi. Tra loro, anche un paziente che era entrato il giorno precedente dopo essere stato al pronto soccorso di Codogno, luogo dove era stato riscontrato il primo caso di Covid. Il paziente, che fino a quel momento non aveva sintomi, era stato messo in quarantena. L’uomo si era ammalato dopo la visita della figlia, entrata nella Rsa per comunicare al padre la morte della moglie. La struttura, come accertato dalle indagini, proprio in quello stesso 22 febbraio aveva bloccato l’ingresso a parenti e visitatori, ma in quel caso aveva consentito l’ingresso della figlia, considerandolo un caso di necessità.
Nei primi giorni di marzo, in seguito alle prime positività, era stata approntata la “Procedura per la gestione degli ospiti sospetti e confermati Covid” con cui il direttore sanitario aveva esteso il monitoraggio clinico di tutti gli ospiti sospetti e predisposto un’area per l’isolamento dei pazienti. Nonostante le misure adottate, era mancata la mappatura dei positivi mediante l’esecuzione dei tamponi molecolari. Ciò a causa del ritardo nell’esecuzione dei tamponi da parte di Ats e Asst.

 

Da parte sua, la Fondazione Istituto Ospedaliero di Sospiro era riuscita a reperire un numero limitato di dispositivi, ai margini della copertura necessaria alle esigenze della Rsa. I responsabili della struttura, così come comprovato dalle comunicazioni via mail, avevano palesato fin dal mese di marzo 2020 la necessità di reperire ulteriori dispositivi, investendo, poi, nei mesi di marzo/aprile 2020, circa 70.000 euro per l’acquisto di mascherine e circa 125.000 euro per l’acquisto di guanti, camici, gel disinfettanti e occhiali protettivi.

Dopo il 21 febbraio la struttura si era attivata nell’applicare le prime disposizioni governative comunicate dagli enti competenti (Regione, Ats e Associazioni di categoria), senza però ottenere dagli stessi chiare indicazioni applicative ed operative. Le misure inizialmente predisposte non erano però bastate ad evitare l’ingresso del virus e la sua successiva diffusione tra gli ospiti e gli operatori.

L’assenza di limitazioni ai nuovi ingressi, introdotte solo dal 9 marzo 2020 per disposizione dell’autorità sanitaria, aveva consentito l’accesso di nuovi ospiti, uno dei quali, entrato il 2 marzo del 2020, si era rivelato quale primo caso di positività al virus e la presumibile causa dell’insorgenza del focolaio epidemico. Fino alla metà di marzo, ha accertato la procura, le autorità sanitarie preposte si erano limitate a diramare circolari generiche per poi diffondere un rapporto nel quale si chiarivano le azioni da intraprendere.

Sara Pizzorni

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