Cronaca
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Confessa la rapina in aula. "Volevo
distruggere la mia vita". Perizia

Ha confessato in aula la tentata rapina alla farmacia Sant’Ambrogio di via Fabio Filzi, Davide Pigozzi, 60 anni, cremonese, l’uomo che a ridosso delle 20 del 29 dicembre del 2021 aveva afferrato per il camice una dipendente e minacciato con un pugnale la moglie del titolare che però aveva reagito, intimandogli di andarsene e facendolo desistere dal suo proposito. L’uomo ha confessato ai giudici le proprie responsabilità, dicendo di aver agito così perchè voleva distruggere la sua vita. “Non sono più capace di reinserirmi nella società”, ha detto l’imputato, “non trovo aiuti e questo è il mio modo di distruggere la mia vita”.

Per Pigozzi, noto alle cronache per aver rapinato nel 2013 la farmacia Zamboni, ma soprattutto per essere stato l’autore del tentato omicidio avvenuto il 3 febbraio del 2007 davanti al Sert di via Postumia per un regolamento di conti per questioni di droga, il collegio dei giudici, accogliendo la richiesta del pm Francesco Messina, ha disposto una perizia psichiatrica. L’incarico verrà conferito la prossima settimana allo psichiatra Franco Spinogatti, che ha già avuto in cura il 60enne. La perizia dovrà accertare quale sia la malattia di cui l’imputato soffre e se al momento del fatto fosse tale da renderlo parzialmente o totalmente incapace di intendere e di volere, compreso accertare se l’uomo sia o meno socialmente pericoloso. Attualmente, Pigozzi, difeso dall’avvocato Giuditta Evangelisti, si trova rinchiuso nel carcere di Cremona.

Il giorno della tentata rapina alla farmacia di Guglielmo Leggeri, il 60enne era entrato con una cuffia calzata fin sopra gli occhi, il volto totalmente nascosto da una mascherina con solo un foro all’altezza del naso e da un paio di occhiali da sole scuri. Le immagini delle telecamere interne visionate dagli agenti della Mobile, come spiegato oggi dall’ispettore superiore Pietro Paolo Bonetti, avevano fatto notare alcune peculiarità: il fatto che il rapinatore avesse dei tatuaggi sul collo e sulle mani, e che zoppicasse. Gli inquirenti non ci avevano messo molto a capire che si trattava di Pigozzi, “vecchia conoscenza” delle forze dell’ordine proprio per il suo “curriculum criminale”.

Quando gli agenti si era presentati per una perquisizione all’interno della sua abitazione, il 60enne si era mostrato “molto collaborativo”: “ci ha consegnato gli indumenti indossati quella sera”, ha spiegato Bonetti. I poliziotti avevano anche sequestrato un’asta in legno alla cui estremità c’erano delle forbici sigillate con del nastro. Pigozzi, nel frattempo, aveva confessato tutto al suo educatore al quale aveva consegnato il pugnale. Arma che era stata immediatamente messa a disposizione della polizia.

“Era orario di chiusura quando ho visto un uomo vestito in modo strano, aveva un buco nella mascherina ed era super incappucciato, tutto vestito di scuro”, ha raccontato in aula la dipendente della farmacia. “Poi ha detto di dargli i soldi della cassa. Al momento pensavo fosse uno scherzo, e quando la titolare si è avvicinata, lui ha tirato fuori un grosso coltello da cucina. Io ho iniziato a indietreggiare, ma lui mi ha preso per il camice con la mano sinistra, mentre la destra la teneva appoggiata al bancone impugnando il coltello”. ‘Vuoi che le faccia del male?’, aveva detto il rapinatore alla titolare. La farmacista, però, non si era lasciata intimidire, e, come ha spiegato oggi la dipendente, “gliene aveva dette di tutti i colori. Gli aveva detto di smetterla e che doveva andarsene. Ad un certo punto lui ha mollato la presa e se n’è andato”.

“Seguo da tre anni un progetto di riabilitazione sociale”, ha spiegato l’imputato nelle sue spontanee dichiarazioni, “ma poi c’è stato il Covid e non sono più stato aiutato. Non sono più capace di reinserirmi nella società e questo è il mio modo di distruggere la mia vita. Sì, sono stato io a fare quella rapina, un atto super deplorevole, ma era per distruggere la mia vita”.

A quel punto il pm Messina ha proposto la perizia psichiatrica: “il disturbo di Pigozzi”, ha ipotizzato, “lo ha spinto a compiere azioni distruttive della sua persona”, oppure, in alternativa, la condanna al minimo della pena. Da parte sua, l’avvocato Evangelisti ha ricordato che l’imputato aveva spontaneamente desistito dal mettere a segno la rapina e ne ha sottolineato la massima collaborazione tenuta con gli inquirenti nella fase delle indagini, “come una richiesta di aiuto”.

Alla fine i giudici hanno deciso per la perizia psichiatrica.

Sara Pizzorni

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