Cronaca
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Melega, le confidenze al testimone
"Stiamo rubando a mezza Italia"

Altri testimoni del pm, nella nuova udienza del processo contro Marco Melega, 50 anni, residente a Padenghe sul Garda, l’imprenditore cremonese finito a processo con le accuse di associazione a delinquere finalizzata alle truffe online, frode fiscale, riciclaggio e bancarotta fraudolenta.

L’imputato, avvalendosi di diversi prestanome e società “cartiere”, avrebbe messo in piedi un meccanismo finalizzato a riciclare a proprio vantaggio il denaro illecitamente accumulato attraverso le truffe online. Le fasi prevedevano la costituzione di società intestate a prestanomi, pubblicizzate su emittenti televisive e radiofoniche di rilievo nazionale e che vendevano a prezzi concorrenziali, attraverso siti di e-commerce, prodotti di vario genere, come vini pregiati, buoni carburante, prodotti elettronici.

Le vendite erano riservate a titolari di partita Iva e prevedevano un acquisto minimo non inferiore a mille euro, la metà del quale doveva essere versato tramite bonifico al momento dell’ordine, e la restante parte al momento della spedizione. In realtà le società non erano in possesso di alcun prodotto destinato alla vendita, e quindi nulla era mai stato inviato, nonostante le reiterate lamentele e querele per truffa presentate dai clienti. Dopo qualche tempo le società titolari dei siti di e-commerce erano messe in liquidazione.

Secondo quanto accertato dalla guardia di finanza nell’operazione “Doppio Click”, le somme di denaro ricevute sui conti correnti delle società utilizzate per le truffe erano trasferite ad altre società, simulando il pagamento di operazioni in realtà mai effettuate e quindi successivamente monetizzate attraverso altri trasferimenti, oppure sotto forma di stipendi, pagamenti di consulenze, anticipazioni di utili.

A capo di alcune delle società c’erano “teste di legno“, persone che nulla avevano a che fare con il mondo manageriale. Tutti “piazzati” per amministrare le società che dopo aver guadagnato denaro, sparivano.

Tra i testimoni sentiti oggi c’era anche Alfonso, cutrese, per due anni autista di Cristiano Visigalli, considerato l’uomo di fiducia di Melega. Era Visigalli, che ha già patteggiato in udienza preliminare, a realizzare materialmente tutte le operazioni finalizzate alla truffa, come ad esempio la sottoscrizione di contratti fasulli del ramo di azienda pubblicitario, colui che identificava e reclutava i diversi prestanome, che operava sui conti correnti delle società destinatarie del denaro ottenuto tramite i raggiri e che poi girocontava in favore di altre imprese, come la Domac e la Consulting, affinchè venissero ‘ripuliti’ prima che gli stessi fuoriuscissero in favore degli effettivi beneficiari.

“Visigalli voleva farmi firmare delle carte per farmi fare l’amministratore di una società. Mi voleva incastrare, ma non ci è riuscito”, ha spiegato oggi in aula il testimone, che, oltre a far da autista a Visigalli, faceva il custode in uno dei capannoni a Castelvetro dove Melega aveva l’ufficio. In una di quelle occasioni, da quanto raccontato da Alfonso, Visigalli gli avrebbe detto: “Siamo grandi, stiamo rubando a mezza Italia, dai che diventi ricco anche tu”. “Avevo capito che facevano le truffe, perchè la merce non veniva consegnata”, ha raccontato Alfonso, che in quel capannone, Melega l’aveva visto tre volte. “Lui e Visigalli erano come fratelli, ma il capo era Melega”.

Oggi avrebbe dovuto essere sentita anche la ex compagna di Melega, Micaela Alina Savu, ma il suo avvocato ha fatto sapere ai giudici che la donna è coimputata per reato connesso con lo stesso Melega, e in più che ha convissuto con Melega, circostanze che le davano la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere, cosa che ha scelto di fare.

L’udienza è stata rinviata al prossimo 12 gennaio. 190 le persone offese che devono ancora essere sentite.

Sara Pizzorni

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