Cronaca
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Fatture false, caso Melega. La merce
stoccata?: "C'erano panettoni scaduti"

“Gli importi di quelle fatture erano incompatibili con la quantità di merce. C’erano fatture di 500.000 euro, anche di un milione, ma nel capannone di San Zeno e Bussolengo non c’era merce  per questi importi. Io non facevo l’inventario, non posso escludere nulla, ma la sensazione era quella. Di merce stoccata ce n’era poca, 20/30 bancali: c’erano vecchi panettoni scaduti, televisori,  coprisedili per auto, arredi per il bagno”.

E’ quanto ha dichiarato oggi in aula il contabile Giovanni Rendina, chiamato a testimoniare nel processo contro l’imprenditore cremonese Marco Melega, 50 anni, residente a Padenghe sul Garda, accusato di associazione a delinquere finalizzata alle truffe online, frode fiscale, riciclaggio e bancarotta fraudolenta. Rendina, diplomato in ragioneria, era stato assunto da Melega per occuparsi di contabilità e di consulenza amministrativa.

“Si trattava di fatture per operazioni fittizie?”, gli ha chiesto il pm Vitina Pinto. “Secondo me sì”, ha risposto il testimone, che si era occupato della Domac e della Consulting, società riconducibili a Marco Melega (la Domac, secondo il testimone, anche a Cristiano Visigalli, per l’accusa ‘uomo di fiducia’ dell’imputato). Rendina ha spiegato di aver segnalato a Melega l’irregolarità di quelle pratiche, e di avergli chiesto spiegazioni. “‘Fallo e basta’, mi diceva, e io seguivo le sue disposizioni, continuando a predisporre le fatture come mi chiedeva lui. Volevo conservare il mio posto di lavoro”.

Durante il suo esame, il contabile ha confermato al pm che la compagna di Melega risultava assunta alla Consulting: “lui mi aveva detto che lei gli faceva da segretaria, ma io non l’ho mai vista lavorare”. Sempre su indicazione di Melega, Rendina aveva sporto una denuncia per un furto avvenuto nella sede della società a Bussolengo. “Erano spariti il rame delle grondaie e i soldi delle macchinette del caffè”, ha riferito il testimone, che aveva fatto un’integrazione di denuncia per la sparizione della documentazione contabile del gruppo Agoros”, la prima azienda pubblicitaria fondata da Melega nel 1998. Ma già l’8 giugno del 2020, davanti alla guardia di finanza, e oggi davanti ai giudici, Rendina ha espresso i suoi dubbi. “Melega riteneva che ci fosse stato un furto, ma io non ne ero convinto. Secondo me quei documenti non c’erano già prima”.

Le società nascevano con un nome che voi veniva cambiato, così come i soggetti che le amministravano. E’ il caso della Promoway, diventata Adv, società di cui ha parlato il curatore fallimentare Michele Manfredini, studio in corso Garibaldi a Cremona. “All’atto della costituzione”, ha spiegato il testimone, “amministratore unico era Cristiano Visigalli, poi dimessosi a favore della madre, sostituita da Gabriella Albricci”, ex suocera di Visigalli, pensionata, finita ai domiciliari nel 2019. “E’ lei che si è presentata in studio da me quando la società è fallita”, ha ricordato Manfredini. “Al colloquio c’era anche Visigalli, in quanto a suo dire la Albricci aveva problemi di salute”. “La Albricci”, ha aggiunto il testimone, “mi è sembrata lontanissima dal mondo delle società, mentre Visigalli era preparato. Era lui a rispondere alle mie domande. La vicenda aveva qualcosa di artefatto”. Il curatore ha poi spiegato di non aver trovato sulle carte i nomi dei dipendenti nominati dai clienti che avevano inviato gli ordini di acquisto su internet e che si erano interfacciati con loro. “Questi soggetti, che non erano persone umane, con varie scuse dilatavano i tempi delle consegne fino a che i clienti capivano che non avrebbero mai ricevuto nulla. Pochissimo è stato restituito”.

Secondo quanto contestato dalla procura, il gruppo capeggiato da Melega, avvalendosi di diversi prestanome e società “cartiere”, aveva messo in piedi un meccanismo finalizzato a riciclare a proprio vantaggio il denaro illecitamente accumulato attraverso le truffe online. Le fasi prevedevano la costituzione di società intestate a prestanomi, pubblicizzate su emittenti televisive e radiofoniche di rilievo nazionale e che vendevano attraverso siti di e-commerce prodotti di vario genere, come vini pregiati, buoni carburante, prodotti elettronici, a prezzi più che concorrenziali.

Le vendite erano riservate a titolari di partita Iva e prevedevano un acquisto minimo non inferiore a mille euro, la metà del quale doveva essere versato tramite bonifico al momento dell’ordine, e la restante parte al momento della spedizione. In realtà le società non erano in possesso di alcun prodotto destinato alla vendita, e quindi nulla era mai stato inviato, nonostante le reiterate lamentele e querele per truffa presentate dai clienti. Dopo qualche tempo le società titolari dei siti di e-commerce erano messe in liquidazione.

Secondo quanto accertato dalla finanza, le somme di denaro ricevute sui conti correnti delle società utilizzate per le truffe erano trasferite ad altre società, simulando il pagamento di operazioni in realtà mai effettuate e quindi successivamente monetizzate attraverso altri trasferimenti, oppure sotto forma di stipendi, pagamenti di consulenze, anticipazioni di utili.

Per gli inquirenti, Melega, imprenditore nel settore dell’advertising, era il “dominus” e l’effettivo beneficiario di gran parte dei proventi di denaro ottenuti attraverso le truffe e le frodi fiscali.

L’imputato era finito nei guai insieme ad altre 14 persone, la maggior parte delle quali ha già patteggiato in sede di udienza preliminare. Tra queste, Cristiano Visigalli, arrestato insieme a Melega il 16 luglio del 2019. Era lui a realizzare materialmente tutte le operazioni finalizzate alla truffa, come ad esempio la sottoscrizione di contratti fasulli del ramo di azienda pubblicitario, colui che identificava e reclutava i diversi prestanome, che operava sui conti correnti delle società destinatarie del denaro ottenuto tramite i raggiri e che poi girocontava in favore di altre imprese, come la Domac e la Consulting, affinchè venissero ‘ripuliti’ prima che gli stessi fuoriuscissero in favore degli effettivi beneficiari.

Altri testimoni saranno sentiti nell’udienza del 3 novembre.

Sara Pizzorni

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