Cronaca

Truffa milionaria: per Cristina
Pedrabissi chiesta pena di 7 anni

Richieste di condanna anche per Carmen Bolzani, madre della Pedrabissi, Irene Bodini, madre di Maurizio Merlini, il marito della Pedrabissi scomparso a febbraio del 2025, e Andrea, la figlia che Merlini ha avuto dal primo matrimonio. Sono accusate di riciclaggio.

Sette anni e 20.000 euro di multa. E’ la richiesta di pena formulata dal pm Francesco Messina nei confronti di Cristina Pedrabissi, 57 anni, ex funzionaria della banca Credito Emiliano, accusata di aver raggirato due anziane sorelle cremonesi, Giordana e Marise Zanardi, 92 e 90 anni, entrambe di Casalbuttano, ospiti di Cremona Solidale e decedute nel 2020, a distanza di sei mesi l’una dall’altra. Per la procura, Pedrabissi, dopo essere riuscita a guadagnare la fiducia delle due vittime, sole e in precarie condizioni di salute, le avrebbe truffate, spolpando il loro patrimonio di oltre due milioni di euro nell’arco temporale di una decina di anni.

L’imputata deve rispondere di truffa aggravata e autoriciclaggio. Il pm ha chiesto la pena considerando le condotte successive al 2018 (le precedenti sono prescritte). Richiesta di condanna anche per le altre tre imputate: tre anni, sei mesi e 5.000 euro di multa per Carmen Bolzani, madre della Pedrabissi, tre anni, quattro mesi e 4,200 euro di multa a Irene Bodini, madre di Maurizio Merlini, il marito della Pedrabissi scomparso a febbraio del 2025, e due anni, dieci mesi e 4,200 euro di multa per Andrea, la figlia che Merlini ha avuto dal primo matrimonio. Tutte difese dall’avvocato Paolo Bregalanti e accusate di riciclaggio. La loro versione è quella di aver sempre ignorato le movimentazioni sui loro conti, “perché facevano tutto Pedrabissi e Merlini”, ma il pm Messina ha espresso dubbi in merito alla loro consapevolezza per via delle “cifre ingenti e delle ripetute condotte che si sono protratte a lungo nel tempo”.

Pedrabissi è difesa dagli avvocati Stefano Aterno e Ernesto Belisario di Roma, mentre parte civile si è costituito Leonardo, erede non diretto di Marise, assistito dall’avvocato Roberto Peccianti, che ha chiamato in causa Credem come responsabile civile. Peccianti, che ha parlato di “fiducia totale e incondizionata delle due sorelle nelle attività manipolatorie della Pedrabbissi”, ha chiesto come risarcimento una somma di oltre un milione di euro con una provvisionale di 500.000 euro in solido con il responsabile civile. La banca è anche parte civile con l’avvocato Roberto Reggiani. L’erede di Giordana Zanardi, assistita dall’avvocato Federico Tresoldi, ha invece intentato la causa civile alla banca e a Pedrabissi.

Nel luglio del 2023, per la 57enne e per il marito, il gup aveva rigettato la proposta di patteggiamento concordato con il pm a 4 anni per lei e a 3 anni e 6 mesi per lui, perchè ritenuto non congruo.

Secondo il pm, l’ex funzionaria, poi finita a giudizio, aveva indotto Giordana e Marise ad aprire conti correnti all’istituto di credito Fideuram, falsificando in alcune occasioni le loro sottoscrizioni in calce a documenti bancari, e comunque captando in modo fraudolento la loro firma, operando direttamente sui loro conti correnti anche attraverso internet. “Giordana aveva problemi di vista“, ha sostenuto il pm, “non andava mai in banca. L’imputata andava a casa sua e l’anziana firmava tutto quello che la Pedrabissi le chiedeva di firmare. Anche Marise aveva problemi di vista ed era poco lucida. Una volta ricoverata nella Rsa le sue condizioni sono degenerate. E anche lei si affidava alla funzionaria che andava nella Rsa per farle firmare i documenti. Prelievi sono stati effettuati anche quando l’anziana era nella casa di riposo”.

2.229.723 euro, complessivamente, la somma di denaro confluita su conti correnti o comunque nella disponibilità della bancaria, del marito della Pedrabissi e dei familiari, e oggetto poi di un successivo trasferimento-investimento in quote sociali e acquisto di immobili e oggetti/beni di lusso. L’accusa contesta all’imputata di aver falsificato le firme sulle polizze vita. Secondo il perito grafologo del pm, “32 firme sono assolutamente false, anche se in fotocopia, mentre per l’esperto della banca, “due firme non appartengono alla signora Zanardi. Per 13, invece, non c’è certezza”.

Nella seconda metà del 2016 in Credem, dove l’imputata era funzionaria, era partito un accertamento su cinque polizze assicurative stipulate tra il 2011 e il 2013. Di una di queste, beneficiaria risultava Irene Bodini, madre di Maurizio Merlini, nel 2020 diventato marito della Pedrabissi e deceduto lo scorso febbraio. Un nome, quello della Bodini, che non era censito negli archivi della banca. Era quindi scattata un’attività di circolarizzazione per avere conferme da parte delle Zanardi. L’accertamento si era svolto a casa di Giordana (all’epoca Marise era già ricoverata a Cremona Solidale) ed era avvenuto alla presenza dell’imputata.

Nel colloquio era emerso che la Bodini era una persona “vicina a Giordana”, una persona che lei conosceva e che l’aveva aiutata. La stessa Pedrabissi l’aveva inquadrata come una sorta di “dama di compagnia”. Tutto chiarito, quindi. Fino all’aprile del 2022, quando in banca erano stati presentati un reclamo e una querela contro la funzionaria da parte della compagna di Raffaele Ghisolfi, figlio di Giordana, morto nel 2010 all’età di 55 anni. In seguito al decesso di Raffaele, sua madre, vedova, aveva nominato come erede la compagna del figlio.

A questo punto nell’istituto di credito, come riferito da uno dei funzionari della banca, “si era riavvolto il nastro”, e si era andati a verificare movimentazioni, polizze, assegni e passaggi di denaro. Ci si era concentrati in modo particolare sulla migrazione di oltre due milioni di euro passati da Credem a Fideuram e su spese riconducibili alla Pedrabissi: le polizze erano state liquidate e il denaro era passato sui conti Fideuram intestati alle due sorelle. In banca, in aprile era stata convocata una riunione, la Pedrabissi era stata sospesa dal servizio e nei suoi confronti era scattata una contestazione disciplinare.

Durante gli accertamenti era stato trovato un bonifico “anomalo” dal conto di una delle sorelle a Giorgio Merlini, padre di Maurizio. L’imputata, convocata ad agosto del 2022 a Reggio Emilia, si era giustificata, sostenendo che i movimenti bancari delle due sorelle erano legittimi e che non si spiegava il motivo del reclamo. Pedrabissi era stata sentita dalle 15 alle 18,30. Per lei, 23 domande. “Risposte insoddisfacenti“, secondo i  funzionari della banca. A settembre, l’imputata era stata licenziata per giusta causa e segnalata all’Albo dei consulenti finanziari.

A processo, l’ex funzionaria aveva spiegato che gli assegni e i bonifici dal conto di Giordana a Maurizio Merlini per acquisti personali e arredi di lusso erano solo una restituzione dei soldi investiti. In sostanza si era trattato della restituzione di un prestito che Giorgio Merlini, padre di Maurizio, aveva fatto alla famiglia Zanardi.

Lo scorso maggio, davanti ai giudici, l’imputata aveva raccontato di aver conosciuto le sorelle Zanardi e Raffaele Ghisolfi, figlio di Giordana, nel 1996, quando stavano trasferendo le proprie disponibilità presso il Credito Cooperativo, e di essersi incontrata con loro a casa di Marise per parlare di come investire il denaro. “Ghisolfi viaggiava molto per lavoro”, aveva riferito Pedrabissi, “ed era preparato finanziariamente.

I suoi erano investimenti caratterizzati da un grado di rischio abbastanza alto, mentre Giordana aveva un portafoglio più basso, con investimenti più cauti. Ricordo che da parte loro c’era una richiesta di privacy molto forte e che non volevano essere visti in banca per parlare dei loro risparmi. Raffaele era molto sicuro di sé, era un cliente non facile. Investiva anche per altre persone. All’epoca non sapevo chi fossero, diceva genericamente i ‘Merlini di Casalbuttano’“.

“Negli anni 2000 c’era un’euforia della Borsa“, aveva spiegato Pedrabissi, “e tutti volevano investire. Ma poi era arrivato un crollo gigantesco, e per Ghisolfi la perdita del capitale investito era stata molto più della metà. Successivamente Raffaele era stato colto da un ictus. Io ero stata chiamata dalla sua assistente che mi aveva chiesto di avvisare Giordana e Marise. Nel 2003 Raffaele era uscito dalla convalescenza ed era riuscito a recuperare il capitale perso“.

Secondo il racconto dell’imputata, alla morte di Raffale, deceduto nel 2010, il denaro era tornato nella disponibilità delle due sorelle che avevano fatto il modo di restituire i soldi al legittimo proprietario, e cioè a Giorgio Merlini, che aveva dato il suo denaro a Ghisolfi per gestirlo.

Per il pm, “un racconto inverosimile e completamente sganciato dalla realtà”.

Sara Pizzorni

© Riproduzione riservata
Caricamento prossimi articoli in corso...