Il senatore Borghi fu diffamato: 5.000 euro di multa all'autore del post incriminato
Condanna dell'imputato e risarcimento dei danni in favore di Claudio Borghi, all'epoca dei fatti in veste di presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati
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E’ l’imputato l’autore del post diffamatorio contro il senatore della Lega Claudio Borghi, 55 anni, milanese. Lo ha stabilito il giudice, che ha condannato Alessandro, cremonese, ingegnere informatico e analista programmatore, a 5.000 euro di multa (mille euro in meno di quanto chiesto dal pm onorario), e come risarcimento una provvisionale di 5.000 euro.
La pubblicazione del post in rete, avvenuta all’interno di una discussione pubblica sul social X, conosciuto fino al 2023 come Twitter, risale al 5 gennaio del 2020, all’epoca in cui Borghi era presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.
“Non sono io l’autore di quel tweet”, aveva detto Alessandro la scorsa udienza.
“Claudio faceva reddito impolpettando derivati con titoli tossici in Deutch Bank, fu accompagnato alla porta per questo, invitandolo alle dimissioni”. Questo il testo del tweet diffamatorio che faceva riferimento a quando il futuro senatore era managing director in Deutsche Bank.
L’imputato aveva sostenuto di non aver mai conosciuto di persona il senatore Borghi. “Sapevo che era un politico della Lega e commentavo i suoi post“, aveva riferito, asserendo di essere venuto a conoscenza di quel tweet quando gli era stata notificata la querela. “Non si tratta di un post originale“, aveva affermato Alessandro, “ma è uno screenshot alterato o artefatto che è stato pubblicato sul mio account da un altro utente con il nome di Mario Rossi“.
“Tra l’altro”, aveva specificato Alessandro, “Deutch Bank è scritto in modo sbagliato, e poi io alla fine dei miei messaggi aggiungo sempre tre puntini di sospensione che qui non ci sono. Inoltre il post è stato pubblicato alle 20 di un giorno in cui mi trovavo in vacanza in Danimarca, cosa che posso documentare, e ad un orario in cui ero sicuramente a cena. E’ stato Mario Rossi a pubblicare lo screenshot, e su Twitter di Mario Rossi ce ne sono tantissimi”.
Mario Rossi, però, era anche il nome della persona che aveva segnalato il post a Borghi. “Una persona che non conosco mi aveva girato quella frase”, aveva detto il senatore nell’udienza del 24 ottobre scorso.
“L’imputato”, ha sostenuto oggi il pm nella sua requisitoria, “ha ammesso che si trattava del suo account, ma ha disconosciuto il messaggio, ma Twitter collega tutto il mondo, noti sono i tweet di Trump, e questo non esclude che l’autore sia proprio colui che oggi è sotto accusa. La sua difesa è poco credibile“. Da parte sua, l’avvocato Mattia Celva, del Foro di Trento, parte civile, ha sottolineato i danni che quel post aveva arrecato all’immagine pubblica del senatore.
Per l’avvocato della difesa Antonio La Rosa, di Verbania, “l’accusa si è basata su congetture e non su fatti accertati. L’unica fonte di prova è una fotografia senza che vi sia stato fatto un accertamento sulla genuinità e sull’immissione del testo del tweet sui social. ‘Mario Rossi’ è uno di quei profili fasulli creati ad arte per inserirsi nelle discussioni“.
“La mia vita professionale è immacolata“, aveva spiegato il senatore Borghi in udienza. “All’epoca c’era la crisi dei titoli derivati, ma il mio ruolo in Deutsche Bank nulla aveva a che fare con quella questione. Io lavoravo in tutt’altro settore, facevo solo intermediazione”.
“Con la banca ho chiuso il mio rapporto dopo vent’anni di lavoro in cui avevo raggiunto il massimo livello di dirigenza“, aveva aggiunto Borghi. “Tra l’altro l’avevo detto in anticipo che mi sarei ritirato. Non ho mai avuto alcun tipo di contestazione da parte della banca sul mio operato“.
Nel 2009, dopo essersi ritirato dal lavoro nei mercati finanziari, prima di intraprendere l’attività pubblica, Borghi si era dedicato all’insegnamento come docente di economia degli intermediari finanziari, economia delle aziende di credito ed economia dell’arte presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il tweet del cremonese era stato pubblicato “nel corso di una discussione alla quale avevano partecipato numerose persone, anche note”, aveva sottolineato il senatore. “Si trattava di una discussione provocatoria nei miei confronti, in particolare sui miei redditi nell’attività politica. Ci sono milioni di persone che non vedono l’ora di accusarmi di aver fatto chissà che cosa in passato, e se appena trovano qualcosa non perdono l’occasione. Sono una persona attiva nel mio ruolo e la mia reputazione è costantemente a rischio. Qui si tratta di circostanze false e pregiudizievoli“.
La motivazione della sentenza di condanna sarà depositata entro 90 giorni.