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Recupero della fornace Frazzi
per farne museo, il Laboratorio
del Cotto: 'Costoso e inadatto'

Il recupero di quel che resta della fornace Frazzi sarebbe impresa troppo dispendiosa per le condizioni in cui è ridotto il manufatto, e soprattutto la spesa per l’intervento sarebbe eccessiva in rapporto alle possibilità di realizzarvi uno spazio espositivo. E’ quanto sostiene il direttivo del Laboratorio del Cotto, l’associazione che da anni mantiene viva la tradizione della manifattura in terracotta,  attraverso attività di studio, conservazione e didattica.  Il direttivo, presieduto da Giulio Grimozzi, interviene su un tema all’ordine del giorno dopo i ripetuti appelli dell’imprenditore cinematografico Giorgio Brugnoli, che ha più volte sollecitato il Comune a recuperare il forno Hoffmann (che fa da sfondo all’arena), inagibile e transennato per pericolo crolli. Proprio Brugnoli si è fatto promotore di una raccolta firme (arrivata a 2000 adesioni) per invitare l’ente locale a non lasciare cadere a pezzi quanto resta del forno e ha suggerito l’utilizzo dei locali interni, una volta recuperati, per farne sede di un ‘museo della fornace’, raccogliendo i materiali documentari conservati anche presso l’Archivio della Cgil.

Anche il Laboratorio del Cotto sta lavorando da tempo ad un’idea di questo genere, custodendo presso la sua sede, al piano terra della scuola Anna Frank, buona parte del materiale recuperato  quando la Coop realizzò il supermercato di via del Sale. In particolare, i disegni originali autografi su carta da lucido dei brevetti prodotti nel secolo di attività della Frazzi, dal 1860 al 1966;  i cliché di stampa dei cataloghi pubblicati nell’arco dell’attività produttiva; modelli miniaturizzati e in dimensioni reali dei laterizi, documentazioni fotografiche delle opere edili realizzate con i propri laterizi e documenti aziendali. “Analogamente – spiega il presidente del Laboratorio, Giulio Grimozzi – anche l’archivio della Cgil dispone di molto materiale. E’ doveroso anche notare che il materiale in possesso della Cgil era stato recuperato da volontari dell’Archeoclub di Cremona e del Laboratorio del Cotto che a rischio d’incolumità personale avevano rimosso, prelevato e posto in salvo tutto ciò che si poteva salvare. A queste operazioni, autorizzate dall’allora presidente delle Coop Arrigo Magnani, parteciparono l’ormai defunto Ferdinando Giordano dell’Archeo Club con qualche associato e i membri del Laboratorio del Cotto Giuseppe Ghizzoni, Giovanni Gentilini, Santino Sanzeni”. “Altre persone – ricorda Grimozzi, che pure fu tra i protagonisti del ‘salvataggio’  – a imprecisato e incontrollato titolo comparivano ogni tanto nei luoghi, per cui non è da escludere che del materiale sia stato disperso.

Tra i soci del Laboratorio del Cotto, una ventina, è iniziata da tempo una minuziosa opera di catalogazione dei reperti. Alcune schede sono già disponibili, ma la sola digitalizzazione dell’immenso patrimonio cartaceo e di lucidi, richiede tempo e il lavoro da fare è ancora molto. Ogni cartella contiene schemi e sezioni di vari tipi di laterizi forati, tavelloni, bozzetti che dimostrano quanto studio ci fosse dietro il processo produttivo. Una fabbrica pionieristica, quella fondata nel 1860 da Andrea Frazzi, da cui sono usciti i materiali con cui è stata edificata mezza Cremona (tra cui Palazzo dell’arte o quello della Ras di piazza Stradivari) e che esportava in tutto il mondo. I suoi cataloghi – libri di cento pagine – visti oggi nell’epoca del disegno digitale, costituiscono piccoli capolavori tipografici. Nel 1936 gli affari andavano così bene che i Frazzi rilevarono una fornace a Città della Pieve in val di Chiana, per raggiungere meglio il mercato edilizio del centro e Italia.

Insomma, imprenditori illuminati, fino alla crisi, negli anni Sessanta, quando le innovazioni produttive, quali nuove tecnologie di cottura, fecero decidere per lo stop e la vendita delle aree, da porta Po fino a quasi metà viale e metà via del Sale. Quel che resta della ex fornace, salvato dalle demolizioni, secondo i soci del Laboratorio del Cotto, oggi non può servire come sede di un percorso espositivo. “Per quanto riguarda gli edifici e i corpi tecnici che insistevano sull’area per le funzioni produttive della fornace – affermano – sono rimaste presenti poche vestigia. Tra queste, oggetto di discussione, è ciò che rimane del grande secondo forno Hoffman.

“A parere nostro di ciò che rimane, solo il vero e proprio forno ha valore come oggetto di archeologia industriale, tutte le sovrastrutture, oltre che essere superfetazioni aggiunte per necessità insorte nel susseguirsi del tempo, erano strutture aggiunte con materiali di recupero e non propriamente adeguate per una duratura permanenza in opera, ed è questa la ragione della labilità che ne ha facilitato i crolli. Pertanto solo la struttura propria del forno potrebbe essere isolata e conservata. Ma, ci si, domanda a quale uso?
Le caratteristiche costruttive del forno offrono ben poco di utile. L’anello delle camere di cottura ha un’altezza insufficiente per accogliere permanenza di persone, senza la frequenza della presenza del fuoco sono umide perché sono a diretto contatto con il terreno, l’illuminazione dovrebbe affidarsi esclusivamente a un impianto elettrico, il riscaldamento di difficile realizzazione e richiederebbe la chiusura delle aperture di carico con vetrate. Qualsiasi recupero funzionale non sarebbe un buon investimento, tanto più che nell’attuale situazione economica, con le disastrose condizioni dei marciapiedi e delle strade della città, della severa economia di spese per la pulizia, l’illuminazione pubblica e tutto ciò che grava sulle casse pubbliche sembrano spese decisamente impossibili e oggi sicuramente improvvide.
Solamente la chiusura con inferriate delle bocche di carico potrebbe essere opportuna per evitare usi impropri del tunnel, ma che consentirebbe al più la vista interna per soddisfare curiosità didattiche”, conclude il direttivo, costituito oltre che da Grimozzi, dalla vice Franca Grisoli, Pietro Rizzi, Lucia Simoni, Giuseppe Ghizzoni, Rossana Ghizzoni, Decimo Bergonzi.

E il museo della fornace? Circola l’idea di utilizzare palazzo Grasselli, su cui il Comune sta puntando molto, all’interno dell’ala destinata alla storia di Cremona. “Auspichiamo l’unione di sforzi con la Cgil e l’Amministrazioni Pubbliche – termina il direttivo del laboratorio –  e anche possibilmente con privati per giungere alla realizzazione di quel museo della Fornace Frazzi come già realizzato da Città della Pieve, sede della succursale della casa madre. Sperando che ciò serva da sprone alla Città di Cremona che oltre ai violini ha altre preziose realtà da celebrare”.

D’accordo sull’idea che  l’ex fornace non possa diventare diventare un museo vero e proprio è lo stesso Giorgio Brugnoli. “Quello che ho proposto al Comune è un intervento ‘leggero’ sulla struttura, una pulizia degli spazi esterni e un consolidamento minimo per evitare che da qui a qualche anno lì non ci sia più niente. In questo modo si potrebbero creare piccoli spazi espositivi, naturalmente solo per un certo tipo di materiale, non certo cartaceo. Un utilizzo solo estivo consentirebbe di evitare spese di riscaldamento, mentre per energia elettrica e personale, basterebbero quelli dell’arena.  L’idea di salvare un patrimonio che appartiene alla città è di tutti, non deve esserci contrapposizione: tutti quelli che hanno idee, mossi dal desiderio di conservare il passato, devono mettersi al lavoro, l’importante è fare un passo avanti”.

G.Biagi

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