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Bimbo nato morto, non
fu colpa della ginecologa
Assolta dall'omicidio colposo

L’avvocato Munafò

Incubo finito per Mariangela Rampino, ginecologa dell’ospedale Maggiore finita a processo per omicidio colposo. E’ stata assolta dall’accusa. Così si è pronunciato il tribunale di Cremona nei confronti dell’imputata che si è affidata alla difesa dell’avvocato Diego Munafò. “Quegli esami io non li ho visti, non mi sono mai stati portati. L’ostetrica che ha sostenuto di averli fatti vedere al medico di guardia ha detto per settimane che non si ricordava a chi li aveva mostrati”. Sono le dichiarazioni rese dalla Rampino nell’udienza del 14 febbraio scorso che aveva anche aggiunto di non aver mai visitato nemmeno la paziente, al contrario di quanto dichiarato a suo tempo in aula da Silvia Bussini, l’ostetrica alla quale la paziente aveva consegnato gli esami da mostrare alla dottoressa.

Secondo l’accusa, il 28 giugno del 2017, nel suo ruolo di medico di guardia presso il reparto di Ginecologia e Ostetricia, l’imputata avrebbe omesso di visitare Jessica Peluso, una 36enne cremonese alla quarantesima settimana di gravidanza, arrivata in reparto lamentando malesseri e producendo analisi delle urine dalle quali risultava una lieve proteinuria. Il medico avrebbe omesso totalmente la valutazione dei dati clinici e il necessario approfondimento diagnostico, causando la morte intrauterina del feto, verificatasi tra il 6 e il 7 luglio successivo. Ma la ginecologa ha sostenuto di non aver mai visto nè la paziente, nè i suoi esami. Non solo: secondo i consulenti del pm, “il decesso del feto è sopraggiunto per asfissia acuta da distacco intempestivo della placenta” e “non c’è nesso causale tra le cure prestate e la morte. Non c’era alcuna possibilità di poter sostenere che una gestione diversa avrebbe potuto modificare la prognosi”. “Un fatto imprevedibile”, ha commentato l’avvocato Munafò: “Non c’erano state avvisaglie. La gravidanza è stata regolare e le complicanze che sono subentrate erano impossibili da prevedere. Nel processo è emersa la realtà dei fatti”.

Il 28 giugno, a ricevere la mamma, era stata Sivia Bussini, l’ostetrica alla quale la donna aveva consegnato i suoi esami da mostrare alla dottoressa. La Bussini aveva testimoniato dicendo di essersela trovata davanti in sedia a rotelle. “Le ho chiesto cosa fosse successo e lei mi ha dato in mano i suoi esami. Io le ho chiesto se era stata al pronto soccorso, ma lei ha scosso la testa. A quel punto ho deciso di prendere i suoi esami e di farli vedere alla ginecologa di guardia. La dottoressa, però, era occupata, e quindi ho lasciato le carte nel suo ufficio per raggiungere le altre pazienti che avevo sotto monitoraggio. Poi sono tornata e alla dottoressa ho spiegato che Jessica non era stata in pronto soccorso. Abbiamo guardato insieme gli esami e non c’era nulla di preoccupante. Quando sono tornata da lei le ho detto di stare tranquilla, di andare a casa e di stare al fresco, perchè faceva molto caldo, tanto che l’ho fatta accomodare dove ci sono le mamme in monitoraggio e dove si stava meglio. Le ho anche provato la pressione: era 100 su 60, bassa ma giusta, dopodichè l’ho accompagnata fuori”. La Bussini aveva spiegato che era già capitato che qualcuno salisse direttamente in reparto senza passare dal pronto soccorso, ma dopo questa vicenda non è più successo. “Jessica era sudata ed era in avanzato stato di gravidanza, le gambe erano lievemente gonfie, faceva caldo, ma non mi è sembrata prostrata”, aveva ricordato la testimone, “non c’era una condizione di urgenza. L’ho mandata a casa dicendole di tornare il 9 luglio, e di andare al pronto soccorso nel caso non si fosse sentita ancora bene. Quando poi ho saputo cosa era successo, sono rimasta destabilizzata”.

In aula, l’imputata aveva smentito quanto sostenuto in aula dall’ostetrica. La Rampino aveva ricordato una riunione che si era tenuta presso la direzione medica dopo la morte del feto alla quale, oltre a lei e alla Bussini, erano stati convocati tutti i medici in servizio quel 28 di giugno proprio perché l’ostetrica non si ricordava a chi li aveva fatti vedere. “Sempre, quando mi vengono sottoposti degli esami”, aveva aggiunto la ginecologa, “li vidimo sempre, li siglo. La carta dell’esame della signora Peluso mostrata durante la riunione non portava alcuna firma”. L’imputata aveva sostenuto che la paziente, come da prassi, avrebbe dovuto passare dal pronto soccorso generale, e non presentarsi direttamente in reparto. “Se fosse andata al pronto soccorso”, aveva spiegato l’imputata, “sarebbe stata prima valutata dal medico del pronto soccorso, perché non aveva un problema ostetrico”. “Io comunque non ho mai visto i suoi esami”, aveva ribadito la Rampino”.

Sara Pizzorni

Jessica Peluso (a sinistra) con l’avvocato Stefania Bravi

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