Cronaca
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Il "crudele" omicidio di Gloria:
"ignobile gesto criminoso"

“La bimba Gloria è stata uccisa con modalità efferate e crudeli che l’hanno condotta a morte dopo un sicuro patito stato di sofferenze agoniche. La bambina, se soccorsa in tempo, avrebbe potuto rimanere in vita”. Sono alcune delle frasi contenute nelle 50 pagine di  motivazione della sentenza con la quale lo scorso 18 gennaio la Corte d’Assise di Cremona, composta dal presidente del tribunale Anna di Martino, dal collega togato Francesco Beraglia e da sei giudici popolari, ha condannato all’ergastolo per omicidio volontario, Kouao Jacob Danho, il 38enne ivoriano reo confesso del delitto della figlia Gloria, di soli due anni.

L’omicidio si era consumato il 22 giugno del 2019 nell’appartamento di via Massarotti dove l’ivoriano, operaio alla Magic Pack di Gadesco, si era trasferito dal primo giugno del 2019, mentre l’ex compagna e la figlia erano ospiti di una casa protetta. Nella sua casa, Danho aveva accoltellato la figlia due volte, una al fegato e una ai polmoni e poi si era ferito a sua volta. “Le ferite erano cinque”, aveva riferito il medico legale in aula, “tutte nell’addome e tutte autoinferte. Una sola era un pò meno superficiale delle altre in quanto andata oltre la parte addominale”. Il 38enne aveva confessato il delitto tempo dopo i fatti, mentre in un primo tempo aveva puntato il dito contro un fantomatico rapinatore.

Gloria

Per i giudici, “non è dubitabile che il movente del crimine stia nei sentimenti di frustrazione, rabbia, rancore e vendetta nutriti da Danho nei confronti della ex compagna Audrey Isabelle, rea, a suo vedere, di non volere più riprendere la relazione sentimentale e di convivenza”. Dunque, per la Corte, che ha ritenuto la testimonianza della donna “priva di qualunque incoerenza”, “un gesto in chiave punitiva nei confronti della ex compagna, intensamente voluto in termini ritorsivi, come si evince prepotentemente dal tenore testuale dello scritto di suo pugno, sul retro del calendario raffigurante la bambina, ritrovato nella stanza teatro del crimine”.

“Audrey”, si legge sul manoscritto scritto in francese indirizzato alla ex compagna, “non hai mai amato Gloria perchè tua madre non la ama come pure tuo padre. Dicono che non sei venuta per avere un bambino con un nero come lo sono io. Per la casa ho fatto di tutto…Rimani con tua madre per la vostra stregoneria…Audrey, vivi senza di noi…Aspetta il risarcimento per essere ricca”.

Per i giudici, “lo scritto dell’imputato contiene sentimenti di rabbia nei confronti della ex compagna per non avere più voluto riprendere la relazione, nonostante i tentativi fatti dall’uomo, anche con la mediazione dei familiari residenti in Costa d’Avorio, di tornare insieme. Al contempo lo scritto denuncia in chiaro il gesto di soppressione della vita della figlioletta e della propria vita”.

Per la Corte, però, non è provata l’aggravante della premeditazione, in quanto “lo scritto non può, di per sè, essere indice di premeditazione, rimandando lo stesso al movente causale del delitto, ma non al momento della sua ideazione. Non può ritenersi adeguatamente provato che tale lettera sia stata scritta in un tempo apprezzabilmente antecedente l’attuazione dell’ignobile gesto criminoso, sì da rimandare ad un previo e programmato concepimento ideativo del delitto. La lettera vale a confessare l’omicidio e ne spiega i motivi, ma non attesta di per sè la premeditazione del gesto, circostanza che rimane da provare oltre ogni ragionevole dubbio”.

Per i giudici, “è altamente probabile che l’intento omicida e suicida sia stato assunto lo stesso giorno del delitto, in un quadro di soggettiva frustrazione e di preponderanti e intensissimi sentimenti di rabbia, collera e vendetta nei confronti della donna che lo aveva abbandonato”. A giudizio della Corte, però, “non si può iscrivere il figlicidio in una fase ideativa-progettuale significativamente antecedente al crimine, tenuto conto che esso non è mai stato prospettato direttamente o indirettamente ad alcuno, nè si può desumere implicitamente dall’agito o da qualsivoglia segno premonitore”.

Dabho e l’ex compagna si erano conosciuti in Libia nel 2016, anno in cui, secondo la ricostruzione effettuata dalla squadra investigativa della procura, avevano compiuto il viaggio migratorio verso l’Italia. La donna aveva sempre saputo che il compagno aveva lasciato in Costa d’Avorio due figli avuti da un precedente matrimonio, e che lui spediva in patria denaro per il loro sostentamento. Non sapeva, però, che il 38enne aveva un’ulteriore figlia, una situazione che aveva generato nella coppia non pochi contrasti, fino ad arrivare al 22 febbraio del 2019, quando, durante un litigio, lui l’aveva colpita con un forte schiaffo all’orecchio, causandole lo sfondamento del timpano destro.

Per quell’episodio, lo scorso novembre l’uomo è stato condannato alla pena di tre anni, un mese e 10 giorni per maltrattamenti. Dopo il fatto, la polizia locale aveva avviato la procedura per collocare mamma e figlia in una struttura protetta. Le due non si erano più ricongiunte con Jacob, anche se Isabelle non aveva mai vietato a Jacob di vedere la bambina.

Lo scorso 12 ottobre, in aula, l’imputato, assistito dagli avvocati Giuseppe Bodini e Michele Tolomini, si era difeso sostenendo di aver perso la testa: “Mi ha preso la follia”, aveva detto, “una follia non naturale, ero vittima di una stregoneria”. Danho aveva spiegato di non aver avuto nulla contro la bambina, addossando la colpa alla famiglia e alle amicizie della sua ex compagna, in particolare alla madre di lei e a una sorta di ‘zia’, una santona che Audrey Isabelle frequentava in Costa d’Avorio e con la quale pregava.

Secondo Danho, che non era ben visto dalla famiglia di lei, quella santona aveva “poteri di creare del male a distanza anche in Italia”. La stregoneria, i problemi con la mamma della piccola e con i genitori di lei, il lavoro che non andava bene, che era a tempo determinato e che rischiava di perdere “perchè non ero concentrato”, avevano creato una “grossa confusione mentale” nell’imputato, già sottoposto a perizia psichiatrica e ritenuto capace di intendere e di volere. Per i giudici, un uomo “dalla personalità lucida, scaltra e ben strutturata”.

Per la parte civile, rappresentata dall’avvocato Elena Pisati per Audrey Isabelle, la mamma di Gloria ed ex compagna di Danho, i giudici hanno disposto un risarcimento danni di 100mila euro come provvisionale.

Una volta espiata la condanna (tra benefici di legge e buona condotta), l’imputato, detenuto nel carcere di Pavia, sarà espulso.

Sara Pizzorni

In piedi, l’avvocato Pisati, mentre davanti a lei i due difensori dell’imputato

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