Cronaca
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Caso Martinotti: "Quelle operazioni
erano l'unica possibilità curativa"

In aula i colleghi dell'ex primario
chiamati a testimoniare dalla difesa

Da sinistra, Martinotti con i suoi avvocati Paliero e Curatti

Parola ai testimoni della difesa, oggi, nel processo contro l’ex primario del reparto di Chirurgia dell’ospedale di Cremona Mario Martinotti, 65 anni, di Pavia, accusato di quattro casi di omicidi colposi. Per il pm Davide Rocco, Martinotti avrebbe sottoposto quattro pazienti ad operazioni di cui non avrebbero avuto necessità. I fatti contestati vanno dal 2015 al febbraio del 2019.

In aula è stata sentita la testimonianza di Ilaria Benzoni, medico di Chirurgia Generale dell’ospedale di Cremona che nel 2017 era entrata a far parte dell’equipe di Martinotti, andato in pensione dal primo gennaio del 2020. La Benzoni è partita dal caso di Pasquale Dornetti, 78 anni, malato di tumore al fegato. Inoperabile, per i medici dell’ospedale San Raffaele di Milano, perchè troppo rischioso per problematiche vascolari.

Per la testimone, invece, “l’intervento chirurgico, l’unico ad avere un intento curativo, era l’unica chance”. Per quale motivo?. A distanza di alcuni mesi dalla diagnosi di Milano, che secondo la Benzoni “non era tanto di inoperabilità, che vuol dire mancanza di benefici, quanto di un’operazione rischiosa”, il paziente aveva avuto una buona risposta alle cure a cui era stato sottoposto, tanto che la massa tumorale si era ridotta. Questa buona risposta rilevata dalla risonanza a metà maggio del 2017 aveva consentito di rivalutare il caso e di decidere per l’intervento chirurgico. “Una valutazione effettuata da più chirurghi contemporaneamente”, ha spiegato la testimone, “senza alcun dissenso”. “Con il paziente e la moglie”, ha aggiunto la dottoressa, “avevamo parlato dei rischi, sapevano che c’era un rischio elevato di decesso e il 40% di probabilità di avere complicazioni, ma era l’unica possibilità curativa”.

A giugno il paziente era stato operato. “Non c’erano infiltrazioni vascolari”, ha riferito la testimone, che aveva partecipato all’intervento, “non c’erano metastasi e non si erano verificate lacerazioni di vasi. La massa tumorale era stata asportata completamente”. Nel decorso post operatorio, però, si era creato uno spandimento della bile. “E’ qualcosa che si risolve spesso spontaneamente”, ha detto la testimone. Ma per Dornetti non era stato così. Al paziente erano stati effettuati diversi tentativi di drenarla, ma alcuni giorni dopo era deceduto “per un episodio di fibrillazione ventricolare per un problema cardiaco”.

Che la massa tumorale del paziente si fosse ridotta lo ha confermato anche l’oncologo Gianluca Tomasello, oggi in servizio al Policlinico di Milano. “C’era uno spiraglio chirurgico in quanto non c’era più un possibile interessamento dei vasi”. Questo grazie al trattamento di chemioembolizzazione, e cioè di iniezioni in arteria di farmaci chemioterapici a cui il paziente era stato sottoposto. “Perchè, dunque, non si è proseguito con il trattamento anzichè decidere di operare?”, è stato chiesto in aula. “E’ un intervento palliativo che può ridurre la malattia, ma non la cura”, ha sostenuto il medico, supportato dal collega Gabriele Rozzi, radiologo interventista da 34 anni in servizio all’ospedale di Cremona: “si tratta di una somministrazione di un farmaco tossico, come lo sono tutti i chemioterapici. E il tumore, che si era ridotto da 12 a 8 centimetri, era sempre di proporzioni importanti”. Rozzi ha comunque sottolineato che il problema non era dato tanto dalle dimensioni della massa, quanto dalla sua collocazione. “Riducendosi, ha liberato le vie biliari, rendendo possibile l’operazione”.

Per quanto riguarda invece il caso di Renza Maria Panigazzi, 75 anni, che soffriva di una lesione cistica alla testa del pancreas, il chirurgo Ilaria Benzoni ha parlato di una “crescita molto veloce. Cresceva e le caratteristiche cambiavano, non si poteva escludere che potesse evolvere in una lesione maligna. La soluzione era l’intervento. C’era il dubbio, e non la certezza, che fosse maligno, ma c’era già una compressione delle strutture vicine e sarebbe stata comunque da togliere”. Dopo l’intervento, però, era sopraggiunta una trombosi dell’arteria epatica. “Può capitare in questo tipo di chirurgia”, ha sostenuto la Benzoni. “La paziente aveva anche una malattia autoimmune che poteva provocare episodi trombotici”.

Sulla paziente Panigazzi è intervenuto anche Roberto Grassia, gastroenterologo all’ospedale di Cremona, che ha rimarcato la necessità dell’intervento a causa di alcuni sintomi accusati dalla paziente. “Aveva nausea e vomito”, ha riferito il testimone. “Quella lesione, anche se tipica di un tumore benigno, stava cambiando e stava schiacciando gli organi”.

Sulla Panigazzi, il radiologo Rozzi aveva operato successivamente alla parte chirurgica. Il medico aveva cercato di disostruire l’arteria, “senza però un risultato valido”. Dopo qualche giorno la paziente era stata sottoposta ad una Tac dove si era riscontrato lo sviluppo di un ascesso. Rozzi aveva effettuato un drenaggio e dai controlli successivi era stato visto un miglioramento della situazione clinica. “La paziente”, ha spiegato il medico, “era poi però andata in un’altra struttura e aveva avuto delle complicanze emorragiche alla regione del gluteo e alla parte alta della coscia. Un quadro patologico nuovo che non saprei proprio collegare a quanto era stato fatto all’ospedale di Cremona”.

Il gastroenterologo Grassia, infine, è intervenuto sul caso di Renzo Tanzini, 51 anni, con un tumore al duodeno che aveva già intaccato il pancreas. “Un paziente complesso”, lo ha definito Grassia. Tanzini aveva una malattia rara, la sindrome di Lynch, una patologia ereditaria caratterizzata dall’aumentato rischio di sviluppare il carcinoma colorettale. Il paziente avrebbe dovuto essere operato per il tumore al duodeno, ma prima dell’intervento era stato sottoposto ad una colonscopia che aveva segnalato la presenza di due polipi potenzialmente pericolosi che bisognava asportare.  “Il caso era stato sviscerato”, ha ricordato Grassia, “e c’era stata una scelta collegiale tra i chirurghi e il mio primario Federico Buffoli di associare i due interventi perchè c’era un rischio di peggioramento”. Si era proceduto, ma durante l’operazione erano sorte delle complicanze: un quadro di peritonite e ischemia in tutto l’intestino. Il paziente era stato poi sottoposto ad un’angiografia dal radiologo Rozzi, ma il quadro clinico, secondo l’accusa, era ormai compromesso.

Nel processo, Martinotti è assistito dagli avvocati Carlo Enrico Paliero, di Milano, Luca Curatti, di Cremona, e Vania Cirese, di Roma, mentre le parti civili sono rappresentate dagli avvocati Guido Maria Giarrusso e Mario Palmieri. Il prossimo 13 luglio saranno sentiti i consulenti tecnici.

Gli omicidi colposi contestati a Martinotti:

Gli avvocati di parte civile Palmieri (a sinistra) e Giarrusso

C’è il caso di Giuseppina Zanardi, 75 anni, operata al pancreas da Martinotti l’11 marzo del 2015. Per l’accusa, “con grande imprudenza”. Alla paziente, il chirurgo doveva togliere una lesione rilevata dalla Tac il 23 febbraio precedente e da una ecoendoscopia il 27 febbraio successivo. Ma non aveva fatto fare la biopsia per accertare se la natura di quella lesione fosse benigna o maligna. Durante l’intervento, il medico avrebbe cagionato alla paziente una massiva emorragia, causandone il decesso.

Renzo Tanzini, invece, aveva 51 anni, con un tumore al duodeno che aveva già intaccato il pancreas. L’allora primario lo aveva correttamente sottoposto ad un intervento chirurgico, ma secondo l’accusa avrebbe anche effettuato una colectomia totale basandosi esclusivamente su una colonscopia, senza accertare, facendo la biopsia, se una lesione ‘non polipoidale’ rilevata nel colon fosse benigna o maligna. L’8 giugno del 2016, durante l’operazione, era insorta una sofferenza ischemica dell’intestino tenue. Per la procura, Martinotti aveva fatto fare solo una Tac all’addome senza procedere immediatamente ad un’angiografia che gli avrebbe consentito di verificare la natura e la sede della sofferenza vascolare, e di procedere adeguatamente e in modo tempestivo. Il paziente era stato operato di nuovo, ma solo il giorno dopo, quando il quadro clinico era ormai compromesso. Il 51enne era stato sottoposto ad altri 16 intervenenti chirurgici con i quali gli era stato asportato l’intestino quasi interamente. Tanzini è deceduto il 15 agosto.

Un altro paziente, Pasquale Dornetti, 78 anni, soffriva di tumore al fegato. Per i medici dell’ospedale San Raffaele di Milano, era inoperabile. Non così per Martinotti, che il 30 giugno del 2017 lo aveva sottoposto ad un’operazione chirurgica. Durante l’intervento, però, era sorta una lacerazione della via biliare all’ilo epatico: una complicanza che aveva causato al paziente uno stato settico. Il 10 luglio Dornetti era stato nuovamente operato, ma era morto quattro giorni dopo per l’insorgere di un episodio acuto cardiovascolare.

Renza Maria Panigazzi aveva 75 anni. Soffriva di una lesione cistica alla testa del pancreas. Martinotti l’aveva operata il 3 dicembre del 2018, anche se la lesione era benigna, così come dimostrato dagli esami diagnostici e dai marcatori tumorali negativi. Anche per lei nell’operazione era sorta una complicanza: un’ischemia al fegato. Secondo l’accusa, a quel punto il primario non aveva disposto alcun intervento, come ad esempio una epatectomia. Renza Maria morirà il 7 febbraio del 2019 per un grave stato settico.

Sara Pizzorni

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