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Trinchieri e il futuro del basket giovanile: “Voglio restituire qualcosa a Cremona”

Ospite del Panathlon Club Cremona, il tecnico ha parlato di educazione sportiva e del progetto Academy: "Credo che in ogni situazione critica ci sia un’opportunità"

Andrea Trinchieri durante la conviviale del Panathlon Club Cremona
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Un’idea di basket che nasce dall’atleta, dalla crescita personale e dalla responsabilità educativa, partendo dall’esperienza di allenatore e di genitore Andrea Trinchieri, entra con grande delicatezza nel tema della serata dal titolo “Il triangolo atleti, genitori e allenatore”, organizzata dal Panathlon Club Cremona presieduto da Giovanni Bozzetti. “Il settore giovanile è una scuola, e la scuola non è solo l’esame”, in questa frase c’è tutta la filosofia che l’allenatore milanese, da anni legato a Cremona, sta provando a riportare anche nel progetto che potrebbe nascere dall’eredità della Vanoli Young.

Partendo dal tema della serata, Trinchieri ha parlato soprattutto di formazione, crescita e responsabilità educativa. “Le cose ideali non hanno le gambe nella realtà – ha spiegato -. Il settore giovanile classico è costruito pensando che l’apice della settimana sia la partita. Mettendo insieme le esperienze che ho vissuto in 13-14 anni all’estero, credo che insegnare al giocatore e alla persona come essere la migliore versione di se stessi sia la strada più giusta”.

Per il tecnico cremonese d’adozione il punto centrale è la chiarezza dei ruoli: “Il protagonista è l’atleta, i genitori sono il supporto, l’allenatore è la guida. Quando cambiano i ruoli diventa un problema”. Un equilibrio che secondo Trinchieri può funzionare solo quando esistono fiducia reciproca e comunicazione chiara tra tutte le componenti.

Il concetto di successo, però, viene ribaltato. “Il risultato non è un obiettivo ma una conseguenza”. Per questo, spiega, prima ancora della tecnica vengono i valori: responsabilità verso se stessi e verso i compagni, capacità di dare il massimo, cultura emotiva prima ancora che cestistica. Secondo Trinchieri sono soprattutto le aspettative a rompere il triangolo tra atleta, famiglia e allenatore: “Sono il nemico più grande che un ragazzo possa avere”, racconta, sottolineando invece quanto le motivazioni personali siano diverse e delicate da atleta ad atleta.

Un approccio che si lega direttamente anche alla situazione che sta vivendo il basket cremonese dopo il trasferimento della Vanoli a Roma. Alla domanda su cosa significhi per lui vedere lasciare la città alla società biancoblù, Trinchieri sceglie toni misurati: “Mi tiro fuori da un giudizio. Uso un esempio che mi piace molto: quando scoutizzi un giocatore puoi scegliere se guardare i talenti o i difetti, troverai entrambi. Io, riferendomi ai 21 anni dell’era Vanoli, dico solo un grandissimo grazie. La Vanoli è stata la mia prima squadra professionistica, un’era geologica fa. Mi dispiace, ma dico solo grazie perché quando uno ti regala 21 anni di emozioni cosa gli vuoi chiedere di più?”.

Da qui nasce anche il tentativo di costruire qualcosa per il futuro del basket giovanile cittadino con un progetto ancora in fase embrionale, ma sul quale Trinchieri sta lavorando da settimane: “Ho avuto tanto da Cremona e dalla pallacanestro cremonese. Mi ha dato un inizio, e senza un inizio non c’è un viaggio. Sono due mesi che mi arrovello su cosa posso fare per ridare indietro qualcosa“.

L’idea sarebbe quella di creare un’Academy e non semplicemente un settore giovanile tradizionale, mantenendo sul territorio squadre e percorsi di alto livello. “Credo tantissimo che in ogni situazione critica ci sia un’opportunità. Sto cercando di creare questa opportunità per dare al territorio un po’ di continuità per il basket giovanile”.

Dietro le quinte si sta lavorando per coinvolgere sponsor e realtà del territorio, con l’obiettivo di rendere sostenibile il progetto e mantenere a Cremona un punto di riferimento per il basket giovanile d’eccellenza. Trinchieri ha spiegato nei dettagli la sua visione di pallacanestro giovanile partendo dall’esperienza di genitore che ha assistito alla crescita sportiva dei suoi ragazzi proprio nelle realtà cremonesi, la Sansebasket prima e la Vanoli negli ultimi anni, da questo è nata la volontà di costruire qualcosa. L’idea è proprio quella di creare un progetto inclusivo, aperto alla città e sostenuto dal territorio: “Ho imparato che Cremona è un po’ come Siena, una città di contrade. Ma se riusciamo a fare qualcosa per tutti, Cremona può diventare una forza“. Per farlo serviranno risorse economiche e organizzative, oltre a un delicato equilibrio tra le diverse anime della pallacanestro cittadina: “Mi sono fatto garante di essere super partes per evitare contrade. Io provo a salvare la nave”.

E poi la chiusura, con una metafora cestistica: “Non mollo perché è come il supplementare di una finale e ogni possesso conta” per provare a trasformare la fine della Vanoli in un nuovo punto di partenza.

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